Cari Amici Motociclisti.

Finalmente è arrivata la bella stagione, molto attesa da tutti, grandi e piccini. Per tutti la primavera ma ancor meglio l’estate è sinonimo di libertà, il clima invita ad uscire e stare all’aria aperta dopo essere stati per mesi rinchiusi in casa, negli uffici, nelle scuole ed in fabbrica.

Così ognuno cerca di organizzarsi per godersi al massimo l’estate che si sta avvicinando a grandi passi con le sue lunghe e calde giornate.

Ma l’arrivo della soleggiata stagione non ci è solo annunciato da madre natura che rende più verde la nostra Valle, ma lo si comprende anche e soprattutto dai moderni cow-boy della strada, che con i loro numerosi cavalli concentrati sotto il serbatoio, scorazzano per le nostre strade.

-La moto è libertà!- affermava un mio vecchio amico, e certamente come si può dargli torto?

Veramente le due ruote rappresentano la libertà di fare tutto quello che non si potrebbe fare, per esempio: il centauro corre veloce perchè va di fretta, fa sorpassi sul filo del rasoio, togliendo spesso il fiato al sorpassato che si spaventa per lui, in perfetta sincronia con il suo mezzo affronta temerario insidiose curve e controcurve, salite e discese, stando ben attento al tachimetro in modo che la velocità di crociera non scenda mai vicino ai lumacosi limiti imposti dal Codice Stradale.

Il motociclista si sente sicuro sulla sua cavalcatura costituita da un centinaio di chili di materiale ferroso pagato a peso d’oro, ma si sente ancora più protetto nella sua tuta con tanto di stivali, guantoni ed il casco.

Questi accessori gli danno certamente un’alta protezione, entro certi limiti, ma che se vengono superati bisognerà sperare solo in quella del cielo.

In un pomeriggio con questi potenti e agili mezzi, si possono percorrere centinaia di chilometri, verso i monti, al mare, da soli o in gruppo.

Ovviamente ciò si può fare disattendendo i limiti di velocità, che sono stati installati sulle strade anche per gli amici motociclisti, altrimenti le trasferte sarebbero molto più lunghe, ma certamente più sicure.

 

Sarà perchè le grosse moto sono catalogate dal Codice Stradale come motocicli, definizione che da il senso che il mezzo sia poco più di una bicicletta che lo Stato non si preoccupa della sicurezza di chi li usa, infatti costui obbliga le aziende ad onerosi investimenti per tutelare i dipendenti da eventuali infortuni, obbliga i pericolosissimi supermercati, ospedali, campeggi ed uno stuolo di altre attività ad essere attrezzati di porte di sicurezza, vie di fuga, estintori ed ogni altro mezzo al fine di salvaguardare la sicurezza dei cittadini, ma questo Stato così premuroso, al fine di animare qualche settore economico, nonostante il continuo contributo di croci prodotto dal popolo motomunito, permette che una persona si metta a cavalcioni su di un paio di tubi di ferro reggenti un potente propulsore e a lanciarsi ad altissime velocità, che non sono consentite in nessun tipo di strada.

Certo che chi ha avuto la sventura di prendersi una multa per non avere allacciato la cintura di sicurezza della sua auto, mentre parcheggiava in piazza ad Arzignano o Chiampo, stenta a credere nell’uguaglianza delle regole, in quanto lui quasi fermo viene sanzionato per la cintura, mentre a pochi passi sfreccia il motosiluro, che avrà si o no quella dei pantaloni.

Ma gli amici motociclisti hanno l’obbligo del casco, che per chi fa le leggi è il massimo della sicurezza, ma se in certi casi lo è, in altri sembra proprio essere il casco a fare i danni maggiori.

Ma quello, che fa il danno maggiore è l’elevata velocità del mezzo, che in caso d’urto o sbandata fa fare al suo pilota, probabilmente, il suo primo, lunghissimo e ultimo volo verso la meta meno ambita da tutti.

Così, dopo il prevedibile e non troppo raro triste evento, oltre alla dovuta pietà per la vittima, a sua volta vittima di chi ha permesso un comportamento così liberticida sulla strada, sottovalutando i rischi a cui sono soggetti gli acquirenti delle potenti due ruote, si fanno in quattro per giustificare l’accaduto in quanto dopo questi fatti si sente dire che la vittima era una persona giudiziosa, che la moto era la sua vita (ma non la sua morte), che fra tutti gli amici del club, lui era quello che andava più piano e ciò che è successo a lui, poteva accadere a tutti.

Perfino la stampa nostrana dà una mano a fare passare il fatto come una cosa imprevedibile e assurda, così scrivono che la velocità non era moderata, anzichè scrivere che era altissima e a causa di questa il poveraccio è restato sull’asfalto.

Fin qui le giustificazioni, e le colpe?

Qui la fantasia si scatena, proprio come i cavalli delle potenti moto.

Intanto si chiarisce subito che quella curva così insidiosa in quel posto non ci voleva e tutti sono d’accordo nel darle la colpa, ma anche il vecchio muro che si trova dall’altro lato della strada ha certamente le sue colpe e verrà definito “muro assassino”. Non si salva nemmeno il vecchio e innocente gelso che da molti decenni osserva chi passa per la strada, maledizioni a non finire anche per lui per essere stato concausa dell’incidente.

Tutto si svolge in silenzio, come un tacito accordo fra le parti. I produttori e venditori di questi mezzi non hanno colpe, in quanto autorizzati a farlo, l’acquirente con i suoi soldi compera giustamente quello che vuole, chi deve vigilare sul tutto arriva sempre quando la frittata è fatta, così tutto procede normalmente e tutti sono contenti, eccetto chi piange il malcapitato.

Inutile dare consigli a chi si munisce di una potente moto, il quale non l’acquista certo per metterla in garage ad arrugginire, ma la compera per usarla, per sfruttare le sue prestazioni, per godersela.

Allora, cari amici motociclisti, godetevi la vostra passione, ma se volete tornare a casa, dai vostri amici e raccontare dove siete stati di bello, prima di partire controllate per bene il vostro mezzo e munitevi di tutto ciò che può darvi sicurezza, ma sopra a tutto ricordatevi di portare con voi quella cosa indispensabile, che vi farà sicuramente tornare a casa dai vostri cari: il buon senso.

 G.


 

 


 

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