Una farina, un Paese e Vicenza Est.
Alcuni giorni fa sono andato a fare la spesa con mia moglie. Non che la mia compagnia le sia indispensabile per questa incombenza, anzi, lei se la sbriga benissimo da sola.
Il mio compito è quello di spingere il carrello al suo seguito, guardare in giro, salutare qualche conoscente e, purtroppo, in qualche caso, costretto a condividere le loro sequele di lagne socio-sanitarie, poichè costoro sono più che convinti che aggrediscano solo loro, così per educazione, ascolto e compatisco.
Intanto la mia signora, con grande noncuranza fa passare i prodotti dallo scaffale al carrello con assoluta disinvoltura, forte della sua lunga esperienza di frequentatrice dei vari supermercati della zona che conosce come le sue tasche. Ad un certo punto noto che mette nel carello una confezione di farina che ho visto centinaia di volte anche nella dispensa di casa. Così la prendo su dal carrello, come faccio qualche volta anche con altri prodotti, così, solo per curiosità, perchè quel sacchetto bianco di farina che da sempre riporta la basilica palladiana colorata in blu, con lo stesso stile, con le stesse scritte in rosso, con il nome dello stesso produttore, mi ricordo di averla sempre vista fin da quando ero bambino, quindi parliamo di sessanta e più anni fa!
Ma come è possibile che il mulino che produce questo prodotto abbia mantenuto per oltre mezzo secolo sempre la stessa confezione? È un fatto incredibile, infatti ai nostri giorni, acquisti un prodotto oppure un qualsiasi oggetto oggi e la settimana prossima sarà considerato reperto preistorico.
Il Molino Urbano Bassanese, gli eredi o chi è ora il proprietario di questa attività dovrebbe essere premiato per la coerenza di avere mantenuto una confezione tale e quale per oltre mezzo secolo, mentre tanti altri marchi storici, anche famosi, non solo sono spariti dalla circolazione, ma anche dalla memoria collettiva, cambiando nome, immagine, confezione e spesso anche proprietà, tutto in nome del famoso marketing.
E mentre sono assorto in queste considerazioni, ricevo una poderosa spallata che mi fa ritornare rapidamente alla realtà.
“Ehi! Cosa fai con quel sacchetto di farina in mano? Ti sei incantato?”
È mia moglie, che mi riporta nella realtà.
Bè, certo che a vedere uno che da qualche minuto tiene in mano una confezione di farina senza motivo ed in più con la testa tra le nuvole, può destare qualche perplessità, cosi depongo la farina nel carrello e riprendo a seguire la padrona di casa.
Però il mio sguardo non si sposta, anzi ora osservo ancora meglio quel sacchetto di farina e improvvisamente come per magia nella mia testa irrompe una poderosa cascata di ricordi e mi sembra di sentire ancora la nostra mamma, quando ci mandava dal casolin a prendere la farina bianca:
“Tusi, vè in botèga a tore la farina e stè in parte.”
Stare in parte voleva dire stare attenti alla strada, l’allora frequentatissima SS11 era l’unica strada che da Vicenza andava verso Padova (in quegli anni era ancora in costruzione l’autostrada). La bottega di alimentari, era a pochissimi metri da dove abitava la mia famiglia. Un piccolo negozio ma dove si trovava di tutto, generi alimentari, tabacchi, detersivi e quei tempi il diffusissimo chinino di stato. La bottega era gestita dalla signora Olga ed era molto frequentata.
La famosa farina di cui stiamo parlando non mi ha ravvivato solo il ricordo di dove andavamo acquistarla. Ma mi ha trascinato nel luogo dei luoghi, che sarebbe quel posto che ognuno di noi si porta nel cuore per tutta la vita che per me si chiama Settecà, anche se ai nostri giorni viene identificato come Vicenza Est, ma c’è un abissale differenza tra i due toponimi. A Settecà iniziava la campagna perché la città finiva alla Stanga. Settecà era una piccola frazione ma ricca di storia, ma non mancava niente, oltre al negozio della signora Olga, lì vicino c’era anche il sarto il signor Edoardo, c’era il fruttivendolo, il panificio, il Bar al centro gestito da Gino e dalla moglie Marcella, arrivati dalle parti di Camisano (mi sembra) con le loro splendide figlie, che hanno contribuito non poco ad attirare al bar giovani anche da altri paesi. Il bar era situato lungo la statale ed era un ritrovo per tutti, gli uomini giocavano a carte, si poteva guardare la televisione anche se aveva solo un canale, c’era il flipper, il juke-box, il calcetto e anche il biliardo. C’erano le scuole elementari e poi il brioso Don Mario, che ai nostri giorni ha superato il secolo di vita, non solo è riuscito a costruire la nuova chiesa, ma ha sempre avuto a cuore i giovani (molti si ricorderanno il CGS, cioè il Centro giovanile Settecà) Con Don Mario si facevano gite e molte altre attività. In questa piccola realtà c’erano anche il “mistro” il signor Bedin che aggiustava di tutto e non mancava certamente il calzolaio.
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| Una festa al CGS |
Un’altra spallata della moglie mi ridà la sveglia:
“Sei ancora vivo? È un’ora che hai la testa tra le nuvole! Stai bene?”
Le dico che sono solo un po’ assonnato, ma che va tutto bene. Intanto grazie a quella confezione di farina, ho rivissuto mentalmente per qualche minuto un tempo che non tornerà mai più. Quel paese non esite più, se non nei ricordi chi l’ha amato. Nessun negozio, molte case lungo la statale ci sono ancora, ma senza la vitalità di quei tempi. Ogni tanto ritorno in quei luoghi ed una tristezza mi prende quando vedo quel mostro di cemento che ha divorato la campagna dei Strobe, degli Epari e di altre famiglie di contadini a loro vicini che vivevano immersi nel verde della campagna e che ora si trovano circondati e rinchiusi in un recinto di cemento e asfalto.
Sarà anche il progresso, ma a quel tempo nel raggio di cinquecento metri trovavi di tutto, ora con questa distanza vai solo dal parcheggio all’entrata del centro commerciale, bello, elegante fresco o caldo in base alla stagione, luci e lustrini, negozi di ogni genere, dove una persona nata e che vive a pochi metri da questo tempio della modernità, è un perfetto sconosciuto tra i tanti sconosciuti clienti che ogni giorno frequentano questo luogo. Ma non è ancora terminato lo scempio, infatti ora è la volta dell’alta velocità, altre depredazioni, scavalchi, trincee, viadotti sull’ubertosa e poca campagna rimasta ancora intatta. Un’opera altamente necessaria e urgentissima, se vogliamo che il treno arrivi un quarto d’ora prima di quello attuale.
Per fortuna che i ricordi ci restano nella memoria, in modo particolare quelli dove abbiamo passato i migliori anni della nostra vita, prima che qualcuno trovi il sistema di seppellire anche loro sotto l’asfalto o nel cemento.
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| Da "mocoleto" con il Vescovo Zinato alla porta della vecchia chiesa. |
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Ricordo della Prima Comunione. |
“Ehi! Siamo arrivati alla cassa! Datti una mossa, aiutami a mettere la spesa sul nastro della cassa.”
Mia moglie mi ha ridato la sveglia. Così ho iniziato a prelevare i prodotti dal carrello e naturalmente ho ripreso in mano la confezione di farina e ancora una volta mi sono un po' soffermato ancora una volta su l’immagine del sacchetto, ma mia moglie veloce come una saetta me l’ha strappata di mano:
“Ma cos’hai con quella farina! È forse magica?”
“Di più, più di magica!” Gli rispondo.
Lei mi guarda in modo sbieco da sotto gli occhiali e mi dice:
“Ah, questo proprio non lo sapevo! Domani ti prenoto una visita dal medico!”





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